Ricreazione

Il nuovo lavoro di Marco Lanza è nato dall’acquisto di alcuni lotti di fotografie avvenuto nel 2018. La frequentazione dei depositi di musei e archivi deve aver avuto una qualche influenza nella decisione di impossessarsi di una raccolta di oggetti. Un acquisto impulsivo fatto non su una bancarella, ma tramite internet, a scatola chiusa, senza aver potuto vedere né toccare le foto, ma affidandosi alla sorte. E al primo acquisto ne sono seguiti altri.

Il risultato: si è ritrovato fra le mani oltre diecimila fotografie di formati ed epoche differenti, raccolte da chissà chi e chissà dove, che il caso ha voluto fossero vendute insieme.
La consapevolezza di trovarsi di fronte a un insieme spurio di oggetti, che nulla aveva a che spartire con una qualsiasi forma di archivio inteso come un insieme di documenti relativi a una o più persone e alla loro attività, Lanza l’ha avuta solo dopo aver guardato tutte quelle fotografie. Un lavoro paziente di osservazione fatto di annotazioni e ricerche per trovare un possibile legame fra le immagini,
risalire agli autori, collocarle nel tempo e nello spazio.

Centinaia di ritratti dai primi del ’900 agli anni ’70, realizzati perlopiù da anonimi professionisti all’interno dei loro studi e da altrettanto anonimi fotoamatori durante le vacanze. Foto cartoline spedite ai cari lontani, immagini dalle colonie e di qualche evento sportivo, ma nessun nesso fra le fotografie, tranne la probabile provenienza italiana di tutto l’insieme, forse originato da centinaia di album di famiglia smembrati. Questa certezza ha aperto a Lanza infinite possibilità di interagire con la montagna di scatti in suo possesso. Un’occasione inaspettata, una libertà d’azione che non sarebbe stata altrettanto incondizionata se, al contrario, le foto si fossero rivelate appartenenti ad una qualche raccolta che il fotografo avrebbe rispettosamente preservato.

Cosa fare dunque con tutte queste fotografie? Perché, dopo averle tanto guardate, era chiaro che non sarebbero rimaste dentro alle loro scatole. Da Richard Prince a Christian Boltanski, sono molti gli artisti che sono rimasti affascinati dalle montagne di piccole immagini abbandonate o hanno utilizzato scatti di altri, reinterpretandoli e trasformandoli in nuove opere. Hans Peter Feldmann, Joachim Schmid, Erik Kessels sono gli autori che hanno maggiormente ispirato il lavoro di Lanza che ha escogitato un suo metodo, un sistema rigoroso, che non ammette deroghe. Ha utilizzato un foglio di plexiglass opalino con un foro quadrato al centro per reinquadrare le fotografie (Ricreazione #2-5). Ha lavorato come se stesse usando un'ottica fissa, senza potersi avvicinare o allontanare dal soggetto, ponendo l’attenzione su ciò che risultava interessante al suo occhio. Seguendo le linee date dalla nuova selezione, Lanza ha tagliato le fotografie, ricavando così nuove opere, letteralmente estratte da quelle originali.

“Opero una riduzione, cerco di salvare le cose che per me hanno un senso e cerco di riciclare, trasformare quelle che ne hanno meno, assegnando loro un valore estetico che prima non avevano. Inevitabilmente qualcosa va perso o distrutto”, afferma l’artista.
Una riduzione irreversibile, un ritaglio, una rilettura dell’immagine che porta ad una ricreazione. Il risultato è un estratto, sia esso la parte selezionata, o la parte che resta, apparente scarto che invece diviene nuova opera.

Un’azione originale nel panorama delle riletture artistiche di archivi fotografici: il taglio è un’operazione netta, definitiva, non ammette ripensamenti, agisce direttamente sulla materia, modificandola per sempre. Il taglio è il frutto dell’occhio selezionatore del fotografo. Come opera il suo sguardo? Come un archeologo che analizza e separa gli strati del terreno per trovare elementi significativi, Lanza ha diviso la montagna di fotografie per soggetti, per cercare di dare un ordine all’insieme magmatico delle immagini stampate su carta. Il criterio puramente estetico adottato denota la sua formazione artistica, il suo rigore, la ricerca di equilibrio tanto cromatico quanto formale, che sono elementi presenti anche nei suoi lavori precedenti. Uno sguardo analitico, curioso, riflessivo, che ha ricreato centinaia di piccole nuove immagini, tutte delle medesime dimensioni, poi ricomposte con grande maestria per dare vita a nuove opere d’arte originali.

 

Le composizioni seguono i criteri e i passaggi che l’artista ha percorso: un grande tableau (Ricreazione #6) in cui un migliaio di dettagli che hanno colpito il suo occhio, dopo essere stati ritagliati, sono stati mescolati e ricomposti, creando un’armonia visiva di grande equilibrio. Solo avvicinandosi si colgono i soggetti e ci si può perdere nella contemplazione delle piccole foto, immaginandosi storie o chiedendosi come sarebbe stata la fotografia completa. Il taglio infatti, crea una pluralità di oggetti autonomi, dotati di una nuova estetica e di nuove possibilità interpretative che Lanza lascia esplorare all’osservatore.

Particolari di volti di uomini e donne, sempre gli stessi, dalla bocca al torace, compongono un dittico estremamente curioso (Ricreazione #19-20). L’artista infatti seleziona e accosta gli elementi meno riconoscibili di un ritratto, creando così una spersonalizzazione ripetuta all’infinito dell’essere umano, sia esso di sesso maschile o femminile. Una scelta che potrebbe risultare violenta, disumanizzante, se non fosse che quei ritratti erano comunque destinati al perpetuo anonimato per come sono giunti fino a noi. L’operazione chirurgica fatta da Lanza apre una riflessione sul ritratto, senza dubbio il soggetto prevalente nel gruppo di immagini acquistate, nonché il genere più diffuso da quando la fotografia è stata inventata. Anche oggi, nell’era del selfie, la riproduzione di sé e dell’altro è quella che maggiormente viene divulgata con la fotografia e con il video. Col passare del tempo che fine fanno i ritratti delle persone comuni? Non sono forse tutti destinati all’oblio, se tolti dal contesto familiare? Almeno così pare indicare la rilettura spersonalizzante fatta da Lanza.

Chiude la serie dei ritagli un’opera (Ricreazione #37) in cui sono stati allineati, seguendo gli stessi criteri compositivi armonici e curiosi al tempo stesso, gli scarti. Non le fotografie scartate, ma le cornici rimaste vuote dopo che il particolare interessante è stato inquadrato e asportato dalle forbici. Divenuta anch’essa opera autonoma, viene mostrata affinché possa raccontare l’alta parte della storia, possa, con quel suo vuoto che la riempie, restare un’opera sempre aperta.

La più enigmatica delle opere di Marco Lanza è la serie delle sovrapposizioni (Ricreazione #22- 36). Ci sono alcune decine di fotografie che l’artista ha ritenuto di salvare dal ritaglio. A prescindere dal soggetto, sono state messe da parte, conservate, lasciate in attesa, mentre lui seguiva le lunghe operazioni di reinquadratura. E così le presenta oggi: gruppi di fotografie una sull’altra, solo la prima è visibile interamente, delle altre si intravedono particolari, ma più spesso solo il margine esterno. In questi quadri c’è la stratificazione della materia fotografica, della storia con la “s” minuscola, come lo sono tutte le storie familiari di cui si conosce solo la superficie a noi più vicina, ma ci è spesso impossibile andare più a fondo. Queste opere rappresentano una situazione conclusa, ferma, statica, ma la mente non è statica e cerca spiragli, spunti di narrazione, nel particolare, nell’assenza di esso, nelle immagini nascoste più ancora che in quelle rivelate.

La narrazione Lanza la ottiene ingrandendo una selezione di particolari che compone in quadri di nove oggetti, non più originali, ma ristampati (Ricreazione #7-18). Gli ingrandimenti consentono una lettura agevole del dettaglio che emerge, diviene protagonista, connota la sequenza, suggerendo all’osservatore la ricerca di un racconto. Quella leggera tensione data dai tagli, dall’occultamento, che era presente nelle altre opere, qui si scioglie. Come se l’artista avesse deciso di accompagnare per mano lo spettatore, di condividere con lui ciò che ha visto fra gli scatti. Dopo averlo inondato e forse anche un po’ confuso con le migliaia di piccole foto, che sono diventate quadri astratti, simbolici, qui lo rassicura, ridando all’immagine la forza del racconto.

L’opera finale (Ricreazione#38) è la sintesi estrema della ricreazione, dove la fotografia originale non è più riconoscibile come elemento singolo. La carta stampata diventa materia prima, pixel di un nuovo paesaggio immaginario.